Mamma e bebè - per stare meglio insieme (parte 1)

Pubblicato da andree valentina pedotti il

Care Mamme, questa settimana abbiamo deciso di dare spazio ad un interessante articolo della nostra amica Psicoanalista e Psicoterapeuta Marcella Marcone, ve lo offriremo il 3 parti! Oggi vi daremo un'introduzione in cui la Dott.ssa ci parla del desiderio di maternità e del momento della nascita del nostro bambino.

Buona lettura...

MAMMA E BEBE'

PER STARE MEGLIO INSIEME

PREFAZIONE

La gravidanza è un momento privilegiato che rimette la donna incinta nella situazione primordiale feto-madre: la donna vive se stessa sia come madre, come la propria madre, come l’insieme evanescente delle proprie madri ancestrali, sia, allo stesso tempo, come il feto che è stata e come quello che porta in sé.

Da un lato torna ad essere la bambina che giocava con la bambola imitando sua madre; dall’altro la bambina che attraverso la bambola esprime i propri  desideri, in particolare quelli che non osa manifestare nella realtà.

Ogni donna dunque prova durante la gravidanza, in modo più o meno cosciente, un profondo rimescolio interiore: tuttavia i cambiamenti psicologici legati all’attesa di un bambino vengono spesso trascurati dalla gravida, impegnata a concentrare la sua attenzione sui mutamenti del suo corpo e pronta a riconoscere e a segnalare al medico ogni minimo sintomo.

Nella società in cui viviamo, a differenza di altre culture, la gravidanza è notevolmente medicalizzata. Ogni gravida, anche se giovane e sana, si sottopone a periodici esami per controllare la sua salute e quella dell’embrione/feto; si informa su ciò che accade dentro di lei, conosce i sintomi che segnalano irregolarità della gestazione.

L’interesse e l’attenzione per gli aspetti fisici della gravidanza contrasta con la scarsa importanza attribuita invece agli aspetti psicologici. Anche se alcuni sono così evidenti da non poter passare inosservati, spesso vengono trascurati e attribuiti in modo generico all’instabilità dell’umore, all’emotività, all’introversione che spinge la donna a staccarsi gradualmente e inconsapevolmente dalla realtà. La gravida arriva a notare in se stessa la facilità con cui passa dal riso al pianto, la capacità di commuoversi per un nonnulla, il maggior distacco dalle cose che prima la coinvolgevano, visto che i suoi pensieri si orientano sempre più sul parto e sul bambino. Tuttavia raramente si domanda quale sia il nesso profondo tra questi stati d’animo e il periodo che sta vivendo e come questi influiscano sul bambino.

E’ ormai dimostrata la stretta comunicazione che si instaura tra lo psichismo materno e quello feto/neonatale sia durante la gravidanza che dopo la nascita. Questo significa che sulla salute psichica del figlio ha un impatto determinante lo stato psicologico della gravida/neomadre. Dedicargli la dovuta importanza invece di trascurarlo, eventualmente cercare di migliorarlo potrebbe non solo permettere alla donna di vivere più serenamente un momento così importante della sua vita, ma soprattutto offrire al bambino le migliori chances per affrontare il mondo con delle strutture psicologiche salde e integre.

 

INTRODUZIONE

"Mi chiamo Lara e sono una giovane mamma, giovane di età ma soprattutto giovane in questo ruolo perché il mio cucciolo ha solo una settimana! Sono tanto felice quanto stravolta dal repentino cambiamento della mia vita dovuto alla presenza del bebé: una valanga di cose pratiche da fare che a volte mi fanno sentire inadeguata e incapace, ma anche emozioni mai provate, contrastanti che ho bisogno di esprimere per confrontarle, elaborarle, cominciare a capirle. "

 

Lara è un personaggio che ne racchiude tanti altri, è la voce di decine di donne ascoltate ai corsi di preparazione al parto, agli incontri dopo parto o in sedute di sostegno alla maternità. E’ la donna che c’è in ciascuna di loro, che riassume e interpreta domande, desideri, paure, inquietudini che tutte vivono di fronte a una esperienza sconosciuta e sconvolgente come la maternità. La sua testimonianza aiuta a rendersi conto che molti stati d’animo e interrogativi  vissuti come particolari, persino strani, anomali, sono invece tipici di questo periodo della vita in cui ci si confronta con un neonato, dunque meno angoscianti e minacciosi, più facili da accettare e gestire.

Partendo  dai pensieri di Lara cercherò  di approfondire in modo scientifico ma comprensibile la complessità psico-fisica del post partum e del rapporto con il figlio/a e di mostrare da dove vengono gli interrogativi e le ansie che la madre vive sia nei confronti del suo bambino sia di una se stessa nuova, diversa dopo la maternità.

Le donne, coinvolte dalle situazioni di Lara in cui si possono identificare, possono essere più interessate a esplorare il mondo interiore proprio e dei loro bambini con l'obiettivo di risolvere le loro problematiche in modo personale, soddisfacente e sintonico

 

1 - DA DOVE NASCE IL DESIDERIO DI MATERNITÀ ?

L’attesa di un figlio, che riattiva desideri del periodo infantile fino a quel momento rimasti sopiti, non inizia con la fecondazione. Ogni donna la vive più o meno consapevolmente fin dalla più tenera infanzia: non solo i suoi vissuti come figlia ma anche le sue esperienze con i bimbi e neonati e i giochi con le bambole (o il loro rifiuto) esprimono quel desiderio di maternità che solo in età adulta sarà realizzato o negato.

Come racconta Lara, “Non so da quando tempo desideravo un bambino, credo da sempre, da quando, bambina, a chi mi chiedeva cosa avrei voluto fare da grande rispondevo “la mamma di tanti figli.” Mi piacevano molto i neonati ; per il loro aspetto fragile e vulnerabile mi sembravano cosi bisognosi di affetto, di calore e tenerezza! Il mio cuginetto per esempio, fin dalla prima volta che l’ho visto mi ha conquistata, con i suoi occhioni scuri che mi fissavano, forse senza mettermi bene a fuoco. Era poco più grosso del mio bambolotto, ma se piangeva diventava cosi paonazzo che restavo stupita e allo stesso tempo spaventata…” 

Siamo abituati a pensare alla gravidanza e alla maternità in termini poetici che enfatizzano l’accettazione, la dolcezza, la tenerezza e la disponibilità della madre verso il suo bambino. Ma la realtà a volte è assai diversa, anche per le donne normali e sane che con la psicologa si lasciano andare al racconto di  emozioni segrete, censurate, che spesso  rifiutano di riconoscere e di cui si vergognano a parlare, sentendosi in colpa  per averle provate.

E’ come se la donna che resta incinta cancellasse il tempo che la separa dalla bambina che è stata e vivesse contemporaneamente i due ruoli che hanno caratterizzato la sua infanzia. Da un lato torna a essere la bimba che giocava con la bambola imitando sua madre, dall’altro colei che attraverso la bambola esprime certi suoi intimi desideri, in particolare quelli che non osa manifestare nella realtà. Basta pensare all’alternarsi di momenti di tenerezza e di odio per la bambola, accarezzata, accudita, tenuta sempre con sé, ma anche malmenata, picchiata, buttata per terra se fa i capricci o se "mammina" è nervosa!

Come ci racconta Lara, il collegamento tra il figlio/a e se stessi emerge in modo evidente se ci si chiede come si forma l'immagine del bambino durante il periodo dell'attesa.

"Fin dall'inizio della gravidanza ho immaginato il mio bebè non come un embrione dalle forme indefinite, ma come un bambino rotondetto, biondo e ricciolino, simile al bambolotto con cui giocavo da piccola. Mentre con il pensiero cerco di ricostruire i tratti del suo volto mi chiedo se sto descrivendo lui o me stessa, così come mi vedo nelle mie prime fotografie. Da quando sono incinta le guardo spesso, per familiarizzarmi con quell'esserino dentro di me che in qualcosa mi assomiglierà e per conoscere meglio me stessa visto che di quel periodo non ho ricordi."

Mettere al mondo un figlio, dunque, porta la donna (ma anche l'uomo), a immergersi nel contesto della propria infanzia, per poter rivivere situazioni di soddisfacimento vissute allora o per realizzare attraverso il figlio i desideri che sono stati frustrati quando si era bambini.

 

 2 - È NATO!

 Lara racconta così le sue prime sensazioni dopo il parto:

"È impossibile esprimere l'emozione, la gioia che ho provato quando, dopo alcune spinte l'ho sentito sgusciare fuori da me....era tutto bagnato, biancastro per i residui di vernice caseosa, un po' macchiato di sangue... anche se era un po' diverso da come l'avevo immaginato, mi è parso subito così carino, morbido, tenero... ho provato il desiderio di stringerlo a me, di abbracciarlo, accarezzarlo, baciarlo... i dolori del parto, terminati da pochi minuti mi sono sembrati un ricordo lontano e sfocato, privo di importanza!"

Per alcune mamme, l'attaccamento al figlio è immediato: fin dal primo momento dopo la nascita lo riconoscono come il loro cucciolo e sono in grado di investire su di lui i forti sentimenti di affetto che caratterizzano l'amore materno, e che provavano già prima della nascita.

Per altre, invece, il legame si costruisce poco per volta, come se fosse necessario del tempo per far coincidere l'immagine del bambino che si sono costruite durante la gravidanza, con quella del bambino reale.

In sala parto, ogni donna esprime spontaneamente ciò che prova, con immediati moti di affetto e ricerca di contatto con il neonato,  oppure con  la richiesta di rimandare l'incontro a un momento successivo, in cui si senta meno stanca e provata dalla sofferenza.

Capita che anche donne che hanno desiderato intensamente il bambino, subito dopo la sua nascita non chiedano di vederlo, non provino  il desiderio di stringerlo tra le braccia o lo vivano con un forte senso di estraneità che ne congela i sentimenti. Anche se il loro comportamento si discosta dall'immagine che si ha dell'amore materno, non si deve pensare che non possano essere delle buone mamme! Hanno però bisogno di tempo e di aiuto per poter mettere ordine tra tante sensazioni profonde e conflittuali relative al loro passato, che il confronto con il figlio ha portato violentemente in superficie."...

Continua...

Marcella Marcone

Psicoanalista e Psicoterapeuta

www.marcellamarcone.it

mmarcone@me.com

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